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Recensione di Stefania Lombardi a Mario Guarna, L’oscura evidenza. In prossimità di Eraclito, 2026

Abitare il margine dell’evidenza. Mario Guarna e la filosofia del non-escludere

Ci sono libri che chiedono di essere letti e libri che chiedono, prima ancora, di essere attraversati. L’oscura evidenza. In prossimità di Eraclito di Mario Guarna con una delicata introduzione di Andrea Gentile, appartiene alla seconda categoria. Non perché presenti un percorso oscuro che il lettore debba necessariamente rendere chiaro, ma perché assume l’oscurità stessa come una modalità del conoscere: ciò che non si lascia immediatamente definire non è per questo privo di senso; può essere, al contrario, ciò che obbliga il pensiero a non arrestarsi alla prima evidenza.
È un tema che, nella produzione di Guarna, non arriva improvvisamente. Chi abbia seguito il percorso dell’autore riconosce in questo nuovo lavoro alcune delle questioni già affrontate in DISOFIA. Manuale pratico dei possibili del pensiero, che avevo avuto modo di recensire e al quale avevo anche contribuito con una delle prefazioni. In quel testo Guarna proponeva un pensiero capace di non escludere, mettendo in discussione l’abitudine occidentale a organizzare il ragionamento attraverso opposizioni gerarchiche e alternative rigide. Cogitans, Metis e Metaxy venivano presentate come modalità differenti e complementari, mentre la Metaxy assumeva il compito dell’”essere tra”: non una terza posizione che elimina le prime due, ma uno spazio nel quale la loro opposizione può essere mantenuta senza trasformarsi necessariamente in separazione.
In L’oscura evidenza quel percorso cambia forma, ma non direzione.
Questa volta Guarna si avvicina a Eraclito e costruisce il libro attraverso una successione di scene, dialoghi, immagini e situazioni nelle quali il filosofo di Efeso diventa quasi una figura narrativa. Non siamo dunque davanti a una ricostruzione filologica del pensiero eracliteo e sarebbe probabilmente improprio leggerla secondo questo criterio. Il libro sembra piuttosto voler mettere in movimento alcune intuizioni attribuite a Eraclito per farne esperienza attraverso la narrazione.
Già nelle prime pagine, Eraclito invita i suoi interlocutori a non fermarsi a un solo lato del vaso: la parte visibile non è sufficiente a descriverne la completezza, mentre la stessa essenza del vaso viene individuata nel suo essere vuoto. Subito dopo arriva un’affermazione che potrebbe essere assunta come una delle chiavi dell’intero volume: non bisogna farsi un’idea della comprensione, ma “rendersi disponibili a comprendere”.
È qui che il titolo acquista il suo significato più interessante.
L’evidenza è oscura non perché sia nascosta, ma perché ciò che appare non coincide mai interamente con ciò che è. L’evidenza è sempre situata, parziale, dipendente dalla posizione dello sguardo. Per vedere il vaso occorre accettare che esista anche il suo retro; per comprendere il giorno occorre comprendere anche la notte; per ascoltare il logos occorre rinunciare alla pretesa di possederne una definizione definitiva.
Il logos, infatti, è presentato attraverso immagini che ne sottolineano l’assenza di una forma definitiva: come il cielo attraversato dalle nuvole, non conserva le tracce di ciò che lo attraversa; non può essere pesato, misurato o racchiuso in una definizione senza perdere qualcosa della sua dimensione.
La filosofia che emerge da queste pagine non sembra dunque interessata tanto a stabilire una nuova definizione del logos quanto a mettere in discussione la necessità stessa di definire tutto ciò che comprendiamo.
Ed è precisamente qui che Guarna torna a incontrare il proprio percorso precedente.
In DISOFIA il problema era quello di un pensiero abituato all’esclusione: vero o falso, questo o quello, una posizione contro un’altra. Il pensiero del possibile nasceva dalla capacità di mantenere insieme differenze e opposizioni, senza trasformarle automaticamente in gerarchie. La Metaxy rappresentava appunto questo spazio intermedio, questa possibilità di stare “tra” senza essere costretti a scegliere immediatamente una delle due rive.
In L’oscura evidenza quello spazio intermedio diventa quasi uno spazio esistenziale.
È la strada che si può abbandonare per cercare un altro tracciato. È il margine della strada principale che permette di vedere ciò che dal percorso consueto sarebbe rimasto escluso. È il punto di vista che non coincide più con quello già tracciato. Antistene segue Eraclito quando questi lascia il percorso abituale e si inoltra nella pineta; la strada già segnata è “conforme” ma un diverso tracciato costituisce una risorsa, una possibilità.
Questo passaggio mi sembra particolarmente significativo. Il margine, infatti, non è qui il luogo dell’errore. È il luogo dal quale può diventare visibile ciò che il centro tende a non vedere.
È un tema che, pur appartenendo a un’altra linea di ricerca, non può non richiamare alcune questioni che ho affrontato nei miei lavori sulla marginalità, sull’apolidia, sui confini e sul riconoscimento dell’altro. Non perché Guarna stia parlando di apolidia, né perché il suo libro debba essere letto come un trattato politico sui confini, ma perché la sua critica alla separazione introduce una domanda che oltrepassa il contesto eracliteo: che cosa accade a ciò che viene escluso semplicemente perché non rientra nella forma attraverso la quale abbiamo deciso di organizzare il reale?
Il confine può essere geografico, politico, sociale, identitario. Ma può essere anche epistemico.
Ogni volta che decidiamo che qualcosa debba stare da una parte o dall’altra, produciamo una separazione. E ogni separazione produce inevitabilmente un resto: ciò che non trova posto nella classificazione, ciò che rimane fuori dalla forma predisposta per accoglierlo.
In questo senso, la filosofia di Guarna sembra interessarsi proprio a quel resto. Non per trasformarlo necessariamente nel nuovo centro, ma per impedire che venga cancellato.
È forse questa la continuità più profonda tra DISOFIA e L’oscura evidenza: il rifiuto di un pensiero che per comprendere debba prima eliminare ciò che non gli appartiene.
Ma il nuovo libro aggiunge qualcosa di ulteriore. Introduce il tema del mutamento.
Il vaso, il cielo, il fuoco, l’acqua, il giorno e la notte non sono semplicemente coppie di contrari. Sono processi. Il loro significato emerge dalla relazione e dalla trasformazione. Il fuoco, per esempio, non viene utilizzato soltanto come simbolo di una sostanza originaria, ma come immagine di un divenire nel quale fiamma e cenere si succedono, si trasformano e si sostituiscono. E quando il suo interlocutore crede di aver individuato una verità nel fuoco, Eraclito risponde: “Non cerco nessuna verità, riassumo coerenze, illustro andamenti”.
È forse una delle frasi più significative del libro.
Perché sposta l’attenzione dalla ricerca di una verità immobile alla capacità di riconoscere configurazioni nel divenire.
Anche la scena degli astragali va letta in questa direzione. Eraclito distingue ciò che dipende dall’azione da ciò che non può essere completamente determinato dall’agente: si può lanciare il dado, ma non si può garantire l’esito. “Potere è essere in grado di farlo”, non pretendere di controllarne necessariamente il risultato.
Qui il pensiero del possibile di DISOFIA sembra assumere una forma ancora più concreta: possibile non significa semplicemente che tutto può accadere, ma riconoscere il limite della nostra pretesa di determinare ciò che accade.
È una differenza importante.
Altrimenti il possibile rischierebbe di diventare soltanto un’altra parola per indicare l’indeterminato. In Guarna, invece, il possibile sembra coincidere con la disponibilità a rimanere dentro una situazione senza pretendere di possederne anticipatamente l’esito.
Ed è anche per questo che il tema del «dormiente» ricorre nel libro. Il dormiente non è semplicemente colui che non sa; è colui che vive dentro un mondo chiuso, nel quale l’impensato non riesce ad accedere. Al contrario, essere desto significa mantenere aperta la possibilità che ciò che avevamo escluso torni a interrogare ciò che credevamo di aver compreso.
Questa idea permette anche di comprendere la particolare scrittura di Guarna.
Avevo già osservato, recensendo La comunità dei viventi di Idolo Hoxhvogli, una vicinanza stilistica fra Hoxhvogli e Guarna: la costruzione per figure, aforismi, immagini e simboli; una scrittura che non procede soltanto per dimostrazioni, ma per indizi, lasciando al lettore il compito di stabilire connessioni. In quella recensione avevo parlato di un testo più vicino a un manuale per meditare e cercare indizi che a un saggio tradizionale, e avevo richiamato proprio Guarna come termine di confronto.
Oggi, leggendo L’oscura evidenza, quella somiglianza appare ancora più evidente, ma anche più precisa.
La scrittura di Guarna non vuole soltanto comunicare un contenuto: vuole riprodurre nella forma dell’opera la condizione del pensiero che l’opera propone.
Il lettore viene continuamente spostato. Gli viene mostrato un lato e poi invitato a cercarne un altro. Gli viene offerta una risposta e subito dopo sottratta la possibilità di considerarla definitiva. Gli viene indicata una strada e poi mostrato che anche il margine della strada può contenere qualcosa che il percorso principale non rende visibile.
La forma diventa così parte dell’argomentazione. Questo è anche il punto nel quale il libro può risultare più difficile da accogliere.
La sua struttura è volutamente reiterativa. Le immagini degli opposti, della trasformazione, del fluire, del giorno e della notte, del fuoco e dell’acqua tornano più volte. Per il lettore che cerchi una progressione argomentativa tradizionale, il rischio è quello di avere la sensazione di girare attorno allo stesso nucleo senza raggiungere una conclusione definitiva.
Ma forse è proprio questa la scelta dell’autore: un libro su Eraclito che procedesse linearmente, fissando una volta per tutte la propria interpretazione, sarebbe in qualche modo contraddittorio rispetto al proprio oggetto.
L’oscura evidenza non è dunque un libro che vuole risolvere Eraclito ma è, invece, un libro che vuole mantenere aperta la domanda su ciò che significa comprendere Eraclito.
E questo spiega anche la parte conclusiva dell’opera, nella quale compaiono diverse testimonianze antiche sul filosofo. Platone, Aristotele, Plutarco, Diogene Laerzio e altri restituiscono immagini differenti del pensiero eracliteo, fino ad arrivare alla tradizione che insiste proprio sulla sua oscurità. Aristotele critica la difficoltà della scrittura eraclitea; Diogene Laerzio riferisce persino la possibilità che l’oscurità fosse stata intenzionalmente ricercata.
È qui che il titolo del libro si chiude su se stesso.
L’oscuro non è necessariamente ciò che deve essere eliminato dall’evidenza. Può essere ciò che impedisce all’evidenza di diventare una formula.
E forse è proprio questa la lezione più interessante che Guarna sembra ricavare da Eraclito: comprendere non significa chiudere il significato, ma riuscire a rimanere presenti mentre il significato cambia forma.
In questa prospettiva, anche la marginalità acquista un significato ulteriore. Il margine non è semplicemente ciò che sta fuori. È ciò che, dalla sua posizione decentrata, può mostrare l’insufficienza del centro. Il confine non è soltanto una linea che separa, ma anche il luogo nel quale due dimensioni entrano in relazione. L’apolidia, nella sua forma più radicale, ci mostra cosa accade quando una persona non viene riconosciuta da alcun ordinamento come pienamente appartenente; Guarna, sul piano epistemico, ci invita a interrogarci su cosa accade quando una possibilità di pensiero viene esclusa perché non trova posto nelle categorie già disponibili.
Sono problemi differenti, ma condividono una domanda: chi o che cosa decidiamo di lasciare fuori perché il nostro ordine possa continuare a sembrarci ordinato?
Forse è questo il punto nel quale L’oscura evidenza supera la semplice rilettura di Eraclito.
Il libro ci ricorda che ogni ordine produce un margine, ogni definizione un residuo, ogni identità un fuori. E che il pensiero, quando diventa davvero pensiero, non dovrebbe avere come primo compito quello di eliminare quel fuori, ma di interrogare il confine che lo ha prodotto.
Da DISOFIA a L’oscura evidenza, dunque, Guarna sembra continuare a percorrere la stessa strada, anche quando decide di abbandonarla: dal possibile al divenire, dalla possibilità alla relazione, dalla relazione alla disponibilità, dalla disponibilità alla capacità di non fissare prematuramente ciò che ancora non abbiamo compreso.
Non è una filosofia della soluzione ma è, piuttosto, una filosofia dell’apertura. E forse è proprio per questo che Eraclito, alla fine, non viene realmente spiegato. Rimane lì, nel margine fra ciò che appare e ciò che ancora non riusciamo a vedere, fra il giorno e la notte, fra il centro e il bordo, fra ciò che pensiamo di sapere e ciò che il pensiero potrebbe ancora diventare. Perché talvolta l’evidenza più difficile da riconoscere è quella che abbiamo davanti agli occhi proprio quando siamo convinti di aver già capito.
Nota metodologica. Nella preparazione di questa recensione mi sono avvalsa, in alcune fasi, di strumenti di intelligenza artificiale generativa come supporto alla lettura, alla verifica interna dell’argomentazione e alla revisione della forma espositiva. L’impiego di tali strumenti non ha sostituito l’analisi dell’opera né la responsabilità autoriale delle interpretazioni, dei giudizi e dei riferimenti proposti, che rimangono integralmente dell’autrice. L’AI è stata utilizzata, in questo caso, come strumento dialogico e redazionale: una tecnologia con cui sottoporre le mie ipotesi a un confronto ulteriore, individuare eventuali ripetizioni o passaggi poco perspicui e verificare la coerenza complessiva del testo.

Stefania Lombardi



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IL  PROGRAMMA DEL FILOSOFO MARIO GUARNA SU YOUTUBE
MEDIAXU'



Finalmente ci siamo, si atteso tanto ma sta per arrivare.
 
Lo so che vi starete chiedendo di cosa parla?  Enuncio l’arrivo sul canale youtube,  fondato sul pensiero, nominato “Mediaxu.”
 
La domanda che assilla è: Perché fare un programma per pensare su YouTube?
 
Nel pensier mio vedo le piattaforme web, come dei terreni, se si lascia piantare sempre le stesse piante s’impoverisce il terreno. Il mio intento è di realizzare tipo un sovescio, per migliorare la fertilità della piattaforma, attraverso il pensiero. Il programma sarà un luogo si consente al pensato e all’impensato di pensare su una base comune. È lo spazio dove gli sbarramenti stabiliti dai pensatori stagnanti, non hanno valenza, un luogo dove tutto diventa pensabile.
 
Funzionerà un programma del genere? È una domanda a cui non mi sento di rispondere. Posso solamente ribadire: “Per delineare globalmente un vaso, non si può descrivere solo la parte frontale, bisogna conoscere anche quella retrostante.” In questo programma si partirà dal pensato per meglio accedere all’impensato, per poi farvi ritorno senza sostare. Lo spettatore conoscerà svariati personaggi, che narreranno diversi modi pensare, Senza dimenticare: “colei che spande il pensiero”. Di cui non si conosce l’origine o il profilo, di chi la plasma. Detto questo, l’intento del programma è quello di far tonare a pensare non in un solo modo, ma in modi diversi.





 
 
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